Vita d’Autore: Renato Fucini…la voce della Toscana e della Maremma

“Tutto è intonato in questa beata regione : il cielo, il mare e la terra rivaleggiano di splendore, di luce e di vita; l’uomo solo rimane inferiore in questa artistica gara e quanto al di sotto!”

Buongiorno Book Lovers, un paio di mesi fa, in occasione di una cena a casa con amici di Roma, si parlava di libri, e il mio amico Giorgio mi ha parlato di un autore toscano di cui ormai non si parla più, Renato Fucini, e mi ha consigliato di leggere un suo libro “Le veglie di Neri”.
Bè non ci ho pensato due volte, l’abbiamo subito cercato su Amazon, trovato in offerta, e visto che dopo due giorni era il mio compleanno…avevo trovato il mio regalo.
Chiaramente del libro ve ne parlerò un’altra volta, oggi per “Vita d’AutoreRenato Fucini…la voce della Toscana e della Maremma.

“Strano paese è questo! Quale impasto bizzarro di bellissimo e di orrendo, di eccellente e di pessimo, di gradevole e di nauseante. L’effetto che l’animo riceve da un tale insieme è come se si chiudessero e si riaprissero continuamente gli occhi: tenebre e luce, luce e tenebre.”

Renato Fucini nasce a Monterotondo Marittimo l’8 aprile 1843 da David Fucini e Giovanna Nardi, fu poeta e scrittore italiano, noto anche con lo pseudonimo e anagramma di Neri Tanfucio.

Il padre, carbonaro e anticlericale, si era stabilito nel piccolo centro maremmano come medico della Commissione sanitaria governativa per la cura delle febbri malariche, ma poco dopo la sua nascita dovettero trasferirsi a Campiglia Marittima, presso Piombino, qui vi rimase fino al settembre 1849.
Gli anni passati a Campiglia a contatto con i fieri paesaggi della Maremma, furono decisivi nella formazione dell’immaginario del futuro scrittore.

Nel 1863 si laureò in Agraria all’Università di Pisa, e non avendo trovato occupazione come agronomo, nel giugno 1865 accettò un impiego come aiuto ingegnere presso l’ufficio tecnico comunale di Firenze.
Ben presto, si fece notare per i suoi sonetti in vernacolo pisano, che gli procurarono la stima e l’amicizia di Pietro Fanfani e Raffaello Foresi, il quale lo introdussero nei più esclusivi circoli artistico-letterari della città, il Caffè dei Risorti, dove conobbe e frequentò Aleardo Aleardi, Giovanni Prati, Edmondo De Amicis.
Nel maggio 1871 un articolo del Fanfani nella Nuova Antologia lo consacrò come “nuovo poeta popolare” toscano, erede del Giusti; l’anno seguente, presso l’editore fiorentino Pellas, apparvero i “Cento sonettiin vernacolo pisano” di Neri Tanfucio.

Esordì come prosatore nel 1877 con un reportage su Napoli, “Napoli a occhio nudo: Lettere ad un amico“.
Grazie al successo letterario, iniziò a dedicarsi all’insegnamento, diventando professore di Belle Lettere a Pistoia e successivamente ispettore scolastico, a quest’ultima attività sono legate le novelle della raccolta “Le veglie di Neri” (1882), ambientate prevalentemente in Maremma; come pure le successive raccolte “All’aria aperta” e “Nella campagna toscana“.

Renato Fucini nel 1904 dedicò a Giacomo Puccini una poesia per la prima dell’opera Madama Butterfly; la poesia si trova nella villa Puccini, a Torre del Lago.

“E s’addormentano nelle culle d’oro
gli angeli biondi, gli angeli di Dio.
Dormi, dormi anche tu dolce tesoro
Fa’ la nanna anche tu bambino mio.
E sognano dormendo gli angiolini
sognano fiori, farfalle e mandarini.
Sogna, sogna anche tu gotine gialle.
I mandarini, i fiori e le farfalle”

Puccini, a sua volta, musicò due poesie di Fucini: “E l’uccellino”, dedicata a un bambino, e “Avanti Urania”, composta per il varo di un piroscafo.

Nel 1906 andò in pensione e si ritira nella casa paterna a Dianella, con la moglie Emma e le due figlie Ida e Rita, trascorrendo le villeggiature estive a Castiglioncello, circondato da numerosi amici, specialmente pittori, e intrattenendo un singolare carteggio poetico con una vicina, Laura Milani.
Trascorse i suoi ultimi anni in serenità, onorato come uno dei maestri della narrativa italiana contemporanea, nel 1906 fu nominato commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia e nel 1916 membro dell’Accademia della Crusca.

Colpito da un cancro alla gola, dovette trasferirsi a Empoli dove morì il 25 febbraio 1921.
Fu sepolto nella cappella privata della sua villa a Dianella.

L’ultima opera curata dall’autore, edita poco dopo la sua morte, “Acqua passata: storielle e aneddoti della mia vita” (1921), contiene degli scritti brevissimi, generalmente autobiografici.

Renato Fucini è stato per un lungo periodo, dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Sessanta del Novecento, lo scrittore toscano per eccellenza, le cui opere erano presenti in ogni casa della borghesia toscana e italiana a rappresentare l’immagine stereotipa delle campagne maremmane.
I suoi racconti hanno contribuito a dare un’immagine della Toscana, una Toscana di cacciatori e di contadini arguti, delle feste popolari e della malaria.

Carlo Cassola nella sua prefazione alle “Veglie di Neri“:

“L’intera Toscana era diventata sua. Bastava un nome toscano, bastava la minima inflessione dialettale, perché quella produzione letteraria fosse bollata come fuciniana. E ancora: il successo di Fucini è spiegabilissimo. Egli mise sotto gli occhi dei suoi conterranei lo strato più superficiale, quindi più evidente della realtà toscana. L’approvazione dei non toscani era dovuta allo stesso motivo. Si sa bene che agli stranieri salta subito agli occhi il folclore, il pittoresco, il colore locale. Per un non napoletano Napoli è la città delle canzonette e dei panni stesi a asciugare fuor di finestra. Per un non toscano la Toscana è la terra delle burle, delle cacce, delle veglie: di tutte le cose, insomma, che si trovano in Fucini.”

Anche la Maremma è stata per lunghi decenni e in parte è ancora quella che Fucini ha voluto e saputo fissare nell’immaginazione di tutti: una terra arcaica, caratterizzata dalla malaria e della miseria, verso la quale ci si avvia carichi di speranza e paura di tornare malati e cadenti.

“Se poi mi domandate in che consiste tanta bellezza, io vi risponderò come se mi aveste domandato: perché i poemi d’Omero sono belli? I poemi d’Omero son belli, perché sono belli, e se qualcuno volesse provarvelo con altri argomenti, ditegli che non capisce nulla e non avrete sbagliato.”

Grazie Giorgio per avermi fatto scoprire questo autore.

Buona lettura

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