Vita d’Autore: Hans Christian Andersen… “La fiaba della mia vita”

“Per un anno e un giorno errai così di mano in mano, di casa in casa, sempre maltrattato, sempre male accolto: nessuno si fidava di me: e io perdetti la fiducia nel mondo e in me stesso… Un giorno arrivò un viaggiatore, e naturalmente fui dato a lui ed egli fu così poco furbo da accettarmi come moneta corrente. Ma quando mi volle dare in pagamento, di nuovo udii le solite parole: – Non val nulla, è falso! – Me l’han dato per buono – disse l’uomo e mi guardò attentamente. Allora un sorriso gli illuminò tutto il volto… – Oh, ma come mai è capitato qui? – disse egli – Questo è uno degli scellini del nostro Paese, un buon scellino della nostra Patria, e gli hanno fatto un foro, e lo chiamano falso! Che caso buffo! Bisogna che io lo conservi e che lo porti a casa con me.”
(da Hans Christian Andersen, Lo scellino d’argento).

Buongiorno Book Lovers, quando si parla di fiabe per bambini, chi vi viene immediatamente in mente?
A me Hans Christian Andersen, a lui oggi dedico “Vita d’Autore”, Hans Christian Andersen… “La fiaba della mia vita”.

Andersen fu un grande poeta e romanziere per ogni età, ma fu anche il primo grande scrittore che si rivolse direttamente ai bambini.
Andersen dava fiducia ai piccoli e si rivolse a loro con fiabe morbide e sognanti e allo stesso profonde, sempre legate a frammenti di vita umana a volte dolorosi, il dolore però è vissuto e riscattato sempre da un travolgente ottimismo, personaggi, capaci di sacrificarsi ma anche di conservare i loro grandi sentimenti e di riscattarsi, simboli per tutti i bambini del mondo, come i grandi personaggi di William Shakespeare, per questo Andersen è stato chiamato “lo Shakespeare dei bambini“.

Hans Christian Andersen nato a Odense il 2 aprile 1805 morto a Copenaghen il 4 agosto 1875, è stato uno scrittore e poeta danese, celebre soprattutto per le sue fiabe.
Tra le sue opere più note vi sono La principessa sul pisello (1835), Mignolina (1835), La sirenetta (1837), Il soldatino di stagno (1838), Il brutto anatroccolo (1843), La regina delle nevi (1844), La piccola fiammiferaia (1848).

Hans Christian Andersen nasce nei quartieri poveri della città di Odense, in Danimarca, nell‘isola di Fionia, figlio di un calzolaio che fabbricava scarpe, Hans Andersen (1782-1816) e di Anne Marie Andersdatter (1773-1833).
L’intera famiglia, di cui fa parte anche una sorellastra, Karen Marie, avuta nel 1799 dalla madre, vive in una singola stanza in condizioni di estrema miseria, nella casa dove già abitava la nonna materna che accoglie i due genitori circa nove mesi dopo la nascita di Hans Christian.
La famiglia, oltre che indigente, è segnata da altri disagi sociali e relazionali interni: i genitori di Hans hanno una bisnonna in comune, la nonna materna, Anna Sørensdatter, che ha avuto tre figli fuori dal matrimonio, tra cui la madre di Andersen; il nonno paterno, A. H. Traes, è disturbato psichicamente e lo scrittore temerà a lungo di aver ereditato tale difetto, mentre la zia materna gestisce un bordello.
Ciononostante, fin dalla prima infanzia, la realtà in cui è costretto a vivere deve apparire al futuro scrittore come un mondo di fiaba, non a caso intitolerà la sua seconda autobiografia “La fiaba della mia vita” (1855).

Un padre giovane, aveva ventidue anni al momento della nascita di Hans, molto povero, tuttavia generoso, stravagante, ama la musica, nutre aspirazioni e gusti superiori alla sua condizione e si ritiene nato per qualcosa di più alto che l’attività di ciabattino, passando le proprie giornate a leggere o a girovagare per i boschi anziché esercitare il mestiere, sostiene di essere imparentato con la famiglia reale danese ma le indagini successive dimostreranno l’infondatezza di tale dichiarazione.
Anche grazie al padre, i primi anni di Hans Christian sono ricchi di frequentazioni letterarie e sollecitazioni fantastiche, egli gli legge sovente brani di commedie di Ludvig Holberg e racconti tratti da “Le mille e una notte”, di conseguenza, Andersen passa gran parte del tempo a mettere in scena spettacoli in un suo teatrino delle marionette, opere teatrali di Holberg, Shakespeare e altri autori, imparate a memoria oppure completamente create da lui, allestiva spettacoli in una personale lingua inventata.

La madre, asseconda questo tipo di rapporto e, pur essendo analfabeta, intrattiene il figlio con racconti popolari e narrazioni di leggende tradizionali.
Forse ancor più del padre, crede nelle possibilità del figlio, ritenendolo segnato dal destino, soprattutto in ragione della profezia di una vecchia strega del paese che le ha predetto:

“Un giorno Odense si illuminerà a festa per ricevere tuo figlio”.

In cerca di fortuna e con l’aspirazione a diventare tenente, il padre abbandona la famiglia per arruolarsi nell’esercito e prendere parte alle campagne militari di Napoleone, di cui all’epoca i danesi sono alleati, ne torna gravemente ammalato e nel 1816 muore.
A soli undici anni Andersen rimane pertanto orfano, mentre la madre vedova (si risposerà in breve) comincia il mestiere di lavandaia, diventando ben presto alcolista.
Hans cresce dunque lasciato pienamente a se stesso, imparando stentatamente a leggere e a scrivere durante le scarse e brevi esperienze scolastiche, soprattutto nelle scuole di carità della città natale.

Una volta cresimato nel 1819, all’età di 14 anni, decide di lasciare Odense e di trasferirsi a Copenaghen in cerca di migliori opportunità di vita e, con la determinazione a diventare un “grand’uomo”: in particolare, con l’ambizione di diventare attore teatrale.

Nei primi tempi trascorsi nella capitale, per guadagnarsi da vivere Hans si adatta a fare il garzone di bottega e l’operaio in una fabbrica di sigarette, subisce le angherie dei compagni di lavoro, che lo perseguitano per il suo aspetto fisico, il carattere introverso e i modi effeminati.

Il futuro scrittore viene ospitato in casa di Jonas Collin, consigliere e influente uomo pubblico della capitale, nonché direttore del Teatro Reale stesso, che provvede a fargli impartire anche qualche lezione privata di danese, tedesco e latino, presso di lui, Andersen entra in contatto con l’alta borghesia della capitale, conosce fortuitamente il re di Danimarca Federico VI, che lo prende in simpatia e lo iscrive a proprie spese alla scuola di grammatica e latino di Slagelse, assegnandogli allo scopo un appannaggio annuale.
Hans può dunque cominciare un regolare corso di studi (1822/1828).

Anche nell’ambiente scolastico non si trova a proprio agio, si sostiene che fosse affetto da dislessia, in ragione dei numerosi errori ortografici che commetteva, ma probabilmente essi erano dovuti alla discontinuità della formazione scolastica ricevuta nell’infanzia, quasi tutti lo giudicano svogliato e introverso, divenendo oggetto di scherno da parte degli altri allievi.
Nel 1828, grazie all’interessamento dell’influente personaggio che lo ha “adottato”, ottiene l’ammissione all’Università della capitale, presso la facoltà di filosofia.

L’attività letteraria di Andersen comincia alla fine degli anni venti del XIX secolo e coincide con il termine del periodo di studi.
Un collega di teatro di Hans aveva parlato di lui come di un “poeta“: spinto dalla sua vocazione artistica, il giovane prende la cosa molto sul serio, indirizzando le proprie energie creative verso la scrittura, divenendo il maggior esponente della cultura letteraria del periodo nel suo Paese.

Gli esordi sono incerti, la pubblicazione nel 1827 de “Il bimbo morente” sulla rivista Kjøbenhavnpost, è accolta favorevolmente della critica, in particolare da Johan Ludvig Heiberg, stella di prima grandezza del mondo letterario di allora.
Dopo la pubblicazione di alcune altre singole poesie (nella sua vita arriverà a scriverne ben 1.024), nel 1829 dà alle stampe il racconto “Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager”, esito di un viaggio in Danimarca sollecitato dal re stesso, opera acerba, ma accolta con discreto favore sia dal pubblico che dalla critica.

Solo nella primavera del 1833, tuttavia, riesce a ottenere una borsa di studio, per affrontare quel Grand Tour tanto desiderato, che lo porterà, dal mese di aprile e fino all’agosto del 1834 in Francia e in Italia.
A Le Locle, 1833, scrive il dramma “Agnete e il Tritone”, conosciuto anche come “Agnese e l’uomo del mare”, che viene dato alle stampe l’anno stesso, a Roma, nel 1834, comincia il romanzo di grande successo “L’improvvisatore”, completato al rientro in patria, in cui narra dei suoi viaggi in Italia, che gli valse notorietà in tutta Europa.

Nel 1835 appare la prima pubblicazione di Fiabe, che costituiranno la sua produzione più importante.
Con cadenza quasi annuale, le pubblicazioni si succedono fino al 1872, l’insieme di queste danno origine a diverse raccolte, le prime due proprio del 1835 dal titolo “Fiabe, raccontate ai bambini. Prima raccolta. Primo tomo, 8 maggio 1835” e “Fiabe, raccontate ai bambini. Prima raccolta. Secondo tomo, 16 dicembre 1835”, che comprendono 156/212 fiabe.

Mentre i Grimm raccolsero le loro fiabe dalla bocca del popolo tedesco, in un particolare momento del Romanticismo, Andersen raccontò le fiabe ascoltate da bambino, nella libera traduzione della sua memoria,le sue fiabe le tirato fuori, pagina per pagina, dalla sua fantasia e dalla sua vita.
Molti dei racconti traggono origine da episodi di vita vissuta: la danzatrice de “Il tenace soldatino di stagno” è probabilmente la trasfigurazione di quella che derise da giovane Andersen per i suoi modi sgraziati, “Cinque in un baccello” trae spunto dalla memoria di un vaso di legno in cui erano piantati un aglio e un’unica pianta di pisello davanti alla casa dello scrittore bambino, così come da un litigio con l’amica Henriette Wulff si ispira il satirico “La principessa sul pisello” o, alla deformità della stessa bimba, il bonario racconto di “Mignolina”.

A metà degli anni 1840 Andersen è già noto in gran parte d’Europa, sebbene abbia ancora difficoltà sociali nella sua Danimarca.

L’editore londinese della “Literary Gazette“, William Jerdan invia allo scrittore danese una lettera con cui lo invita a visitare l’Inghilterra, Andersen gli risponde con calore, entusiasta di poter recarsi in un Paese:

“la cui letteratura ha così indelebilmente arricchito la mia immaginazione e colmato il mio cuore”.

Nel giugno del 1847, Andersen visita l’Inghilterra dove ottiene un’accoglienza trionfale.
Questo viaggio segna una vera e propria svolta nello sviluppo letterario dello scrittore.
Jerdan gli procura numerosi incontri con esponenti del mondo letterario anglosassone, tra cui quello con Charles Dickens, da questo scaturisce una profonda amicizia tra i due che darà vita a un intenso, scambio epistolare per oltre un decennio, oltre che a un ulteriore incontro a Londra nel 1857.

“Era partito da Broadstarirs per salutarmi, e indossava un abito verde sdrucito e un kilt scozzese colorato in modo allegro, di un inglese elegantissimo. È stato l’ultima persona a stringermi la mano in Inghilterra e ha promesso di scrivermi. Mentre la nave si allontanava dal porto, riuscivo ancora a vederlo: credevo se ne sarebbe andato via molto prima! Agitava il cappello e alla fine ha anche alzato una mano verso il cielo. Mi chiedo se volesse dirmi: ‘ci rivedremo lassù!”.

Andersen rimane colpito profondamente e favorevolmente da Londra, paragonandola, per fascino, solo a Roma:

“Londra con le sue giornate frenetiche, Roma con le sue notti di silenzio”.

Nel 1849, esce il romanzo “Le due baronesse”, riguardo a questa opera riceverà una lettera appassionata da Dickens, che aveva avuto una copia dedicata del libro in inglese:

“Mia moglie e i ragazzi insistono perché ti saluti tanto, e siamo tutti ansiosi di sapere quando ci allieterai con un nuovo libro. Siamo gelosi di Stoccolma e siamo gelosi della Finlandia, e ci ripetiamo che tu dovresti stare a casa, a casa e in nessun altro posto! (Eccetto l’Inghilterra, naturalmente, in cui ti accoglieremmo con tutto il cuore). A casa con una penna in mano e un bel plico di fogli bianchi davanti a te”.

Nel luglio 1857 vi è il secondo soggiorno in Inghilterra di Andersen su invito di Dickens, a seguito del quale l’amicizia tra i due si raffredderà non poco, almeno da parte dell’inglese (ricordato in “Una visita a casa di Charles Dickens d’estate. 1857”, edito nel 1860).
Pare che l’invito fosse per un breve periodo, ma Andersen si fermò presso l’abitazione dello scrittore, Gad’s Hill, per oltre sei settimane, fino al mese di agosto, questo influì negativamente sul giudizio complessivo che l’ospite britannico si era fatto del danese, ridimensionando la sua stima incondizionata.
Il danese, viceversa, dopo aver lasciato l’ospite britannico gli scrive:

“Dimentica, amico, il lato oscuro di me che la troppa vicinanza potrebbe averti illuminato.Vorrei tanto vivere nel ricordo di una persona che ho amato come un amico e un fratello”.

Andersen rimarrà affettivamente, sebbene univocamente, legato a Dickens fino alla morte di quest’ultimo (1870), tanto da annotare nel proprio diario il giorno della scomparsa dello scrittore:

“La sera del 9 giugno – ho letto – Charles Dickens è mancato. Non ci rivedremo mai più su questa terra. Non avrò mai una spiegazione sul perché non abbia risposto alle mie lettere”.

Conquistato il successo, Andersen continua a scrivere moltissimo, anche per il teatro, sebbene un numero notevole di opere usciranno dopo la sua morte.
Nel 1866 viene nominato consigliere di Stato e nel 1867 diviene cittadino onorario di Odense. Riconosciuto dalla critica, in particolare da Georg Brandes, come vero rinnovatore del genere fiabesco, si reca per ben due volte all’Esposizione Universale di Parigi.
In questo periodo alcune fiabe e raccolte di fiabe approdano sul mercato librario e sulle riviste letterarie statunitensi, grazie all’interessamento dello scrittore per l’infanzia ed editore newyorkese Horace Eliash Scudder, quest’ultimo gli riconosce il più alto compenso mai ricevuto dall’estero per la pubblicazione delle sue opere, una cifra equivalente a circa 450 sterline, oltre a tributargli il titolo di “grande maestro“, pur essendo egli stesso un noto scrittore di libri per l’infanzia.

Oltre alle autobiografie, Andersen tiene un diario, redatto quotidianamente nel corso di gran parte della sua vita, composto da ben 12 volumi.

Nel 1870, scrive il suo ultimo romanzo “Peer fortunato”, ritornando a uno dei temi a lui cari ossia il giovane povero e geniale destinato al successo, ma piegando il finale a un momento eroico: il protagonista è stroncato da un infarto, mentre canta in un’opera da lui composta.

Nonostante il prestigio e il successo delle sue opere, Andersen versa in condizioni di semi indigenza economica, numerosi i sostegni in denaro che gli arrivano dalla Danimarca, dagli Stati Uniti e da altri paesi europei, pur commosso dalla solidarietà dei lettori, dichiara:

“Non posso accettare alcun dono che provenga da altri individui. Diversamente, anziché sentimenti di orgoglio e gratitudine, proverei umiliazione”.

Nella primavera del 1872, Andersen cadde dal letto facendosi molto male, non si riprese mai del tutto.
Per il suo settantesimo compleanno gli vengono tributati onori da tutto il mondo da parte dei suoi lettori.
Poco prima di morire, pare che chiese bizzarramente alla signora Melchior, presso cui alloggia, di tagliargli un’arteria dopo morto e di far incidere sulla sua lapide l’epigrafe:

“Non sono morto davvero”.

Andersen spira il 4 agosto 1875, in pace, in una casa chiamata Rolighed (letteralmente: quiete), di proprietà della famiglia Melchior appunto, agiati commercianti suoi amici, nei dintorni di Copenaghen, il suo corpo viene deposto nel cimitero retrostante la chiesa dell’Assistenza nell’area della capitale danese nota come Nørrebro.

I suoi libri sono stati tradotti in ogni lingua conosciuta: nel 2005, nel bicentenario dalla sua nascita, si contavano traduzioni in 153 lingue.

Instancabile viaggiatore, ha esplorato ogni angolo del mondo che riusciva a raggiungere, viaggiando tra Asia, Europa e Africa; questa passione per la scoperta è stata proprio l’elemento che ha fatto produrre ad Andersen moltissimi appassionanti diari di viaggio.

L’opera dello scrittore ha influenzato molti autori suoi contemporanei e successivi; si possono citare certamente Charles Dickens, William Thackeray e Oscar Wilde.

Hans Christian Andersen resta, ancora oggi, un punto di riferimento, in particolare verso la letteratura per i più giovani: il giorno del suo compleanno, il 2 aprile, viene celebrato nel Mondo con la Giornata internazionale del libro per bambini.

Al nome di Andersen sono dedicati diversi premi del settore della letteratura per ragazzi, tra cui lo Hans Christian Andersen Award e, in Italia, il Premio H.C. Andersen Baia delle Favole di Sestri Levante che dal 1967 premia le fiabe inedite e il Premio Andersen, che dal 1982, premia i migliori libri italiani per l’infanzia editi nel corso dell’anno precedente, suddivisi secondo l’età dei destinatari e per autori, illustratori, ecc.

Hans, nelle storie, ci mette tutto quello che sa della vita: la consolazione che danno le piccole cose, la straordinarietà della poesia, la felicità che si può provare anche quando si è privi del minimo indispensabile alla sopravvivenza, narra, con gentilezza, cose difficili da raccontare a un bambino: la morte, l’amore non corrisposto, la vanità, mescolando, tra le altre, storie che raccontano le sue difficoltà a trovare la propria realizzazione nella vita e nell’amore.

Curiosità:
– Girava con il suo inseparabile cilindro, il mantello, gli stivali, due borse grosse e una più piccola. Dentro pare che tenesse anche una lunga corda, che gli sarebbe servita a fuggire dalla finestra in caso di incendio.
– Sul tetto di casa Andersen, nella grondaia che c’era tra la loro casa e quella dei vicini, la mamma di Hans Christian teneva una cassettina con un po’ di terra, dive faceva crescere prezzemolo e erba cipollina. Era tutto il giardino che poteva permettersi. È qui che lo scrittore ha preso l’ispirazione per descrivere il giardino pensile pieno di rose nella fiaba “La regina delle nevi”.
– Il papà di Hans Christian faceva di mestiere il calzolaio, e aveva il suo piccolo laboratorio in un angolo della stanza che costituiva la loro casa. Tra gli attrezzi che adoperava c’erano le forbici, uno degli strumenti preferiti da Hans Christian: il futuro scrittore le usava infatti per ottenere dei bellissimi ricami di carta colorata, delle silhouette e delle sagome con cui raccontava storie usando il gioco delle ombre cinesi.
– Nella Piazza Sortebrødre Torv, sorgeva un tempo il teatro di Odense, che faceva sognare il giovane Andersen. Non potendo permettersi di andare agli spettacoli, collezionava le locandine ed i programmi di sala, e poi si sbizzarriva con la sua fantasia a immaginare le storie che si sarebbero svolte sul palcoscenico.
– Ogni anno in occasione del compleanno dello scrittore, il 2 aprile, viene distribuita la birra di Hans Christian Andersen, con un’etichetta raffigurante un suo ritaglio di carta, a idearla il birrificio Albani di Odense, che l’ha prodotta per la prima volta nel 1988 per festeggiare i 1.000 anni della città di Odense. Birra a bassa fermentazione e a lunga stagionatura, ha un gusto leggero e viene distribuita in bottiglie numerate, rendendola così anche un oggetto da collezione.
– A Firenze, in piazza del mercato Nuovo, è possibile ammirare “La fontana del Porcellino” che ispirò l’omonima fiaba “il porcellino di Bronzo”. Una targa ricorda l’evento: “Qui ebbe origine la fiaba il Porcellino scritta dal noto novelliere Danese Hans Christian Andersen (1805 – 1875) che amò Firenze dove più volte soggiornò definendo la nostra città un intero libro illustrato. Il comune pose a memoria dei 200 anni dalla nascita”.

“C’era una volta un cavaliere molto aristocratico, i cui solo possessi erano un cavastivali e una spazzola; ma egli aveva un colletto della camicia, che era il più bello del mondo e noi racconteremo la storia del colletto. Il colletto era ormai in età da matrimonio e gli capitò di essere mandato in bucato con una giarrettiera.

Parola d’onore! – esclamò il colletto – Non ho mai veduto nulla di così snello e di così delicato, di così grazioso e di così carino. Posso chiedere il suo nome?

Non glielo dirò – disse la giarrettiera.

Dove sta di casa? – domandò il colletto. Ma la giarrettiera era di indole riservata e quella le sembrò una domanda indiscreta.

Suppongo che lei sia una cintura? – disse il colletto – Una cintura per uso interno?”

(da Hans Christian Andersen, Il colletto inamidato)

 

Buona lettura

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